Labour Mobility within the EU in the Context of Enlargement
Rapporto per la Commissione Europea sulla mobilità dei lavoratori
Herbert Brücker et al.
aprile 2009
In questo studio, svolto dal network “European Integration Consortium”, si esamina l’impatto degli accordi transitori per il libero movimento di lavoratori tra i paesi dell’Unione Europea allargata a 27 Stati Membri. In particolare, vengono affrontate le seguenti tematiche:
- la crescita dell’immigrazione dai Nuovi Stati Membri e gli effetti distorsivi delle diverse politiche dell’immigrazione sui flussi di immigrati
- l’impatto dell’immigrazione sulla crescita del PIL europeo, sulla disoccupazione e sui salari nel breve e nel lungo periodo
- l’impatto dell’immigrazione su diversi gruppi in base al livello d’istuzione
- la composizione per livelli d’istruzione dei lavoratori immigrati
- l’accesso ai trasferimenti dello stato sociale da parte degli immigrati
- le previsioni sull’aumento della popolazione straniera in EU15 proveninete dai NSM-8 e NSM-2.
Al rapporto sono allegati una serie di studi su specifici paesi: Austria, Bulgaria, Croatia, Denmark, France, Germany, Hungary, Ireland, Italy, Latvia, Poland, Romania, Spain, Sweden, United Kingdom.
Questo studio è stato realizzato per la Direzione Generale Occupazione, Affari Sociali e Pari Opportunità della commmissione Europea (contract VC/2007/0293).
Il network “European Integration Consortium” comprende: Institute for Employment Research (IAB) a Nurimberga, il Centre for Migration Research (CMR) all’University of Warsaw, la Fondazione Rodolfo DeBenedetti (fRDB) a Milano, il Leverhulme Centre for Research in Globalisation and Economic Policy (GEP) all’Università di Nottingham, l’Austrian Institute for Economic Research (WIFO) and il Vienna Institute for International Economic Studies (wiiw).
Autori:
Herbert Brücker, Timo Baas, Iskra Beleva, Simone Bertoli, Tito Boeri, Andreas Damelang, Laetitia Duval, Andreas Hauptmann, Agnieszka Fihel, Peter Huber, Anna Iara, Artjoms Ivlevs, Elke J. Jahn, Pawel Kaczmarczyk, Michael E. Landesmann, Joanna Mackiewicz-Lyziak, Mattia Makovec, Paola Monti, Klaus Nowotny, Marek Okólski, Sándor Richter, Richard Upward, Hermine Vidovic, Katja Wolf, Nina Wolfeil, Peter Wright, Krisjane Zaiga, Anna Zylicz.
Abstract
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In this study, we examine the impact of the transitional arrangements for the free movement of workers on the sending and receiving countries. The available data suggest that foreign population from the eight new member states from Central and Eastern Europe (NMS-8) who joined the EU in 2004 has increased from 900,000 in 2003 to 1.9 million in 2007. During the same period of time, the foreign population from Bulgaria and Romania (NMS-2) in the EU-15 has increased from 700,000 to almost 1.9 million, although these countries joined the EU not before 2007. The increase in migration from the NMS is accompanied by a substantial diversion of migration flows away from Austria and Germany towards Ireland and the UK in the case of migrants from the NMS-8, while Italy and Spain have been the main destination countries for Bulgarian and Romanian migrants.
The labour supply shock from the NMS-8 triggered by the EU’s Eastern enlargement during the years 2004-2007 will increase the GDP of the enlarged EU by 0.2 per cent or by 24 billion Euros in the long-term. The main winners are the migrants. However, the total factor income of natives in the receiving countries will increase by 0.1 per cent in the long-term. In the short-term, wages in the receiving countries decline slightly, while the unemployment rate increases modestly. In the long-term, migration from the NMS is by and large neutral for the labour market. The impact on the different groups in the labour market is balanced, although less-skilled workers lose slightly more than mediumand high-skilled workers. The main losers are however foreign workers which live already in the EU-15, while the native workforce gains slightly.
The skill composition of the migrant workforce is relatively balanced. Migrants from the NMS are slightly better educated as the native population in the sending countries, while the educational attainment is comparable to the native population in the receiving countries. However, migrants from the NMS are employed well below their skill levels and the returns to education are very low. Nevertheless there are indications that other human capital acquired abroad such as language skills may command positive returns upon migrants’ return to their home country.
We find little or no evidence that NMS migrants receive a disproportionate part of welfare benefits. They tend to receive less contributory welfare benefits than natives, and not significantly more non-contributory welfare benefits. It is therefore likely that the fiscal balance of immigrants from the NMS for the welfare state in receiving countries is positive, particularly if we consider the fact that migrants from the NMS are less affected by unemployment and have higher labour force participation rates compared to other migrant groups.
Migrants from the NMS are heavily concentrated in certain regions such as the Greater London area and the Vienna area. Nevertheless, even in these areas we expect only modest wage and unemployment effects of migration if at all.
According to our estimates, the foreign population from the NMS-8 in the EU-15 may increase from 1.9 million in 2007 to about 4.4 million in 2020 under free movement. The foreign population from the NMS-2 could grow from about 1.9 million to 4.0 million. The macroeconomic gains for the enlarged EU will increase substantially in this case. However, we expect that migration from the NMS will contract during the global recession, which in turn will reduce the economic benefits from the free movement of workers.
Comunicato stampa
Unione Europea: cinque anni di allargamento ad Est
Rapporto per la Commissione Europea sulla mobilità dei lavoratori
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L’Istat ha recentemente annunciato che la popolazione residente nel nostro Paese ha superato la soglia dei 60 milioni di abitanti. Un contributo decisivo all’aumento della popolazione immigrata è stato dato dall’aumento dei flussi in entrata da Romania e Bulgaria, i due nuovi Stati Membri dell’Unione Europea. Uno studio europeo, cui ha contribuito la Fondazione Ing. Rodolfo Debenedetti, analizza gli effetti dell’allargamento sui flussi migratori verso l’Europa a 15 e le conseguenze per i mercati del lavoro e i sistemi di welfare.
La Crescita
L’Italia raccoglie – assieme alla Spagna – l’80 per cento dei flussi da Romania e Bulgaria. Si stima che l’immigrazione dai nuovi Stati Membri abbia determinato un aumento del PIL italiano di circa 1 punto percentuale, senza peraltro aumentare il tasso di disoccupazione. L’apporto alla crescita potrebbe tuttavia essere ancora maggiore se l’Italia riuscisse ad attrarre lavoratori stranieri altamente qualificati e a meglio utilizzare il capitale umano associato all’immigrazione.
Il Mercato del lavoro
Il livello di istruzione degli immigrati dai nuovi Stati Membri è più alto rispetto alla media dei cittadini italiani: la percentuale di individui con istruzione universitaria è pari al 15%, contro il 7% per gli italiani. Tuttavia questi lavoratori vengono impiegati in occupazioni al di sotto del loro titolo di studio, con un evidente spreco di capacità professionali, che a sua volta tende a ridurre l’apporto degli immigrati all’economia italiana, anche in termini di minori entrate fiscali.
Il Welfare
Per quanto riguarda l’accesso al welfare, l’opinione prevalente degli italiani è che gli immigrati rappresentino più un peso che una risorsa. I risultati dello studio contraddicono, tuttavia, tale tesi. La percentuale di immigrati che riceve sussidi di tipo contributivo (sussidi di disoccupazione, pensioni, ecc.) è più bassa di quella dei cittadini italiani di 17 punti percentuali, mentre per l’assistenza sociale la differenza è di 24 punti percentuali. Tali differenze sono confermate anche da analisi più sofisticate che tengono conto delle caratteristiche dei beneficiari.
La Crisi
L’attuale crisi potrebbe ridurre considerevolmente i flussi migratori nel prossimo futuro. Al ridursi delle opportunità di lavoro nell’Europa a 15 diminuiscono, infatti, gli incentivi ad immigrare e si fa più marcato il fenomeno della “migrazione di ritorno”. A tale proposito, è utile sottolineare come la libera circolazione dei lavoratori possa agire da “cuscinetto”, contenendo di fatto l’aumento della disoccupazione nella Vecchia Europa.
Il rapporto completo “Labour mobility within the EU in the context of enlargement and the functioning of the transitional arrangements”, realizzato per la Commissione Europea dall’European Integration Consortium, è liberamente scaricabile da questo sito.
Allegati